Franc Arléo Taccuino

Golfo di Taranto · Scoglio senza nome

Valse pour Valerie

Franc Arléo 2024

Ho immerso in acqua una sacca impermeabile con pezzi di frutta maltagliati.

Li ho tagliati al bivacco con un serramanico non affilato. Così la frutta è venuta a strappo, come se qualcuno l'avesse già addentata.

Ora è nella sacca e pende da una cengia rocciosa, sotto di me. La tengo al freddo, lontana dal sole, nel mare.

Sarà il pranzo di oggi su questo scoglio.

Le Cheradi, le isole dei delfini, sono invisibili da qui, ma il golfo fa scorgere Pollino, Alpi, Raparo, Volturino, Sirino. Appennini Mediterranei.

Ogni golfo, come questo, in fondo, ripara, attraverso lo scorcio di uno sguardo, il torto del distacco subito dalle terre, dalle zolle, delle placche.

Dal nuovo ospedale mi hanno appena avvisato che mio padre ora sta cominciando a reagire alla terapia.

Non posso più vederlo mio padre, adesso. Fino a ieri sì. Gli massaggiavo le spalle larghe.

Le spalle che portavano un quintale di veccia quando avevo dieci anni e cinquecento capre da custodire. Era settembre, come adesso. Eravamo fra quelle montagne laggiù.

Mettavamo i sacchi di veccia e il fieno di alfalfa accanto alla stalla, con un fienile diruto che poco a poco, negli anni, avremmo sistemato.

L'acqua è piacevole oggi. Quieta.

Stanotte il libeccio ha dilavato l'orizzonte. Al bivacco, il vento forte, portava grani di sale in mezzo al buio. Al risveglio, sul davanzale, mi appariva come neve. Ho tagliato la frutta con quel bianco e il mare davanti.

Cinque giorni fa ho tirato fuori mio padre da un altro ospedale. Ho firmato e l'ho portato via.

All'uscita pioveva. Erano giorni, mesi che non pioveva più. Papà aveva sangue dappertutto.

Il sangue caduto dai buchi dei prelievi nelle braccia si è rinsecchito sul pigiama. Nessuno l'ha aiutato a cambiarsi.

Ho toccato il sangue indurito. Ne ho strappato un pezzo. L'ho tenuto fra le dita. Era il sangue di mio padre. Il sangue di un vecchio che nessuno ha aiutato a cambiare.

Piove.

Papà ti porto via, ho detto. Ti porto verso il mare. Non avere timore.

Non ha risposto il leone. Mi ha detto solo sì con la testa.

Guardava lontano, verso la finestra che dava su una valle annebbiata, invisibile. Una valle dove un tempo scorreva un fiume forte, uno dei più importanti della nostra terrainsonne, un fiume che dava il nome a quella valle.

Non pronuncio quel nome, né lo farò in futuro.

La toponomastica delle terre, penso, fra me e me, quando l'uomo ne cambia il corso, dev'essere rivista. Quel sigillo di cartografia non coincide più con la geosofia della sua verità.

Se l'uomo uccide un fiume con un blocco di terrapiena, con una diga muraria di controllo, se insieme a questo sprofonda nelle sue viscere e ne strappa, ne tracima sangue scuro dai suoi anfratti — se fa questo, allora, anche il nome di quella terra, di quella valle, di quel luogo, che un tempo portava il nome del fiume, ormai insistente, va cambiato.

In macchina, mentre andavamo via da quell'ospedale sulla valle invisibile e impronunciabile, ho messo Valse pour Valerie.

Un valzer musette alla francese.

Ha un giro armonico che piace ad entrambi.

Nei viaggi con lui ho sempre messo valzer musette francesi o stornelli romani. Quando stava bene diceva: metti anche Lando! Intendeva Lando Fiorini.

Un giorno quando il leone se ne andrà lontano sarà questa la colonna sonora di noi due.

L'acqua, intanto, straccia nuvole a ciuffi all'orizzonte.

Non posso più vederlo, ora. Devo stare lontano. Deve stare isolato. Devo stare isolato. Così il bivacco, poco sopra questa roccia, è il mio temporaneo rifugio. Non è lontano l'ospedale. Resto qui ad aspettare.

Porto ascolto allo sciabottìo d'acqua. Credo che il liquido in eccesso nei polmoni di mio padre faccia pure lui lo stesso. Sciabotta.

Quì alla goletta del coccodrillo ogni tanto scende Coffì. Una cagnetta con il suo padrone. Lei sta sullo scoglio opposto al mio. Quando lui le gridacchia «andiamo Coffì», lei s'immerge calma nell'acqua e nuota verso di lui.

Certe volte vanno a largo con un minuscolo kayak. Lei se ne sta in un divino equilibrio, a poppa. Le piccole onde non la smuovono.

Da lontano, lui, mi fa: «non è scritto da nessuna parte che questa si chiama goletta del coccodrillo». Coffì abbaia una specie di assenso. Ascolto come da una garitta di sentinella marina, prima di un faro.

Rispondo di sì e lo ringrazio di avermelo detto.

Le voci e l'abbaio però s'innestano ad un pensiero:

Avrei dovuto dirlo a tutti di quella colonna sonora fra me e mio padre, nelle nostre migrazioni, per il suo cuore, i suoi polmoni.

Avrei voluto dirlo a tutti che quando si accompagna qualcuno nel suo viaggio più duro bisogna scegliersi la musica insieme e toccare il corpo afflitto.

Ho visto come si danno ordini ai vecchi, dappertutto.

Tutti invitano, indicano, suggeriscono: cosa fare, come farlo, cosa non fare, come non farlo.

Nessuno li tocca, però.

Nessuno sporge carezza dalla soglia della nostra misera arroganza di anni. Ci sentiamo distanti da quella possibile caduta.

Abbiamo dismesso carezze verso rughe e nuche piegate, verso le mani scarne dei saggi e arranchiamo sfibrati nei giorni finché quella distanza di carezze non toccherà anche noi.

Prima di tuffarmi riguardo se la sacca con il mio pranzo è all'ombra della roccia e nell'acqua.

Strofino pollice e indice per risentire quel sangue secco di mio padre di qualche giorno fa fra le mani e lavarlo, finalmente, nel sale di questo scoglio di mondo senza nome e senza mappa.

Verrò a riprenderti papà e rimetteremo in viaggio Valse pour Valerie.