Ora, al Cumberland Gap Park, le foto dei contadini con i loro muli e le terre raccontano la vecchia storia rurale degli Appalachi.
Ogni immagine sembra un'acquaforte di Van Gogh, una di quelle in cui un seminatore, un cavallo o un carro diventano solo tinte stemperate, immerse in un grande tramonto.
Nelle decine di lettere che Van Gogh scrive al fratello Theo emerge anche il suo periodo missionario, durante il quale il pittore, consapevole della propria impreparazione teologica, esprime il desiderio di portare il Vangelo ai minatori. Questi, come scrive, sono coloro che conoscono davvero le tenebre e possono apprezzare la luce della parola di Dio.
In particolare, in una lettera scritta tra il 13 e il 16 novembre 1878, il giovane Van Gogh, allora venticinquenne e ancora lontano dall'essere un artista, racconta di una piccola regione, Le Borinage, di cui aveva letto in un manualetto di geografia. Qui vivono «les Borins», i minatori che desidera raggiungere e conoscere da vicino.
Nell'aprile del 1879, Van Gogh scrive già da Wasmes, nel Borinage. È lì, fra loro, e il suo interesse emerge in ogni parola. Scende fino a settecento metri sotto terra, visita case prive di ogni assistenza, dove «gli ammalati curano gli ammalati». Osserva le povere baracche, i minatori che vivono con caprette e conigli, immersi in un paesaggio annerito dalla polvere.
È in questo luogo che l'aspirante predicatore decide invece di diventare Van Gogh, l'artista. Da quanto sappiamo, il celebre quadro del 1885, I mangiatori di patate, trae origine da quegli anni, tra il 1878 e il 1880, vissuti a contatto con quel mondo di «tenebre». È da lì che nasce tutta la profetica luce di Van Gogh e i suoi colori.
Annoto, come una traccia che forse mi sarà utile più avanti, che Wasmes, luogo da cui Van Gogh scrive quella lettera del 1879, dista un'ora e mezzo di cammino da Saint-Ghislain, oggi sede del primo e più importante centro dati di Google in Europa, frutto di un investimento di tre miliardi di euro, secondo la loro dichiarazione ufficiale.
Dopo la fine dell'estrazione del carbone, negli anni '60 del Novecento, l'intera Vallonia, di cui faceva parte Le Borinage, si trasformò in una delle aree con il più alto tasso di disoccupazione del Belgio e di gran parte dell'Europa.
I colori e le immagini di povertà sono gli stessi: i corpi magri sulle soglie delle case, le madri con una bambina in braccio e almeno altre due aggrappate ai fianchi, scene che si ritrovano anche fra gli Appalachi.
Questa catena montuosa, lunga circa duemilacinquecento chilometri, si estende dal Golfo del fiume San Lorenzo, in Canada, fino all'Alabama, negli Stati Uniti.
La polvere si posa solo di notte, scendendo da lassù fino a Norfolk, lungo l'Elizabeth River. Il coke, invece, è già sulla Pioneer Star, l'ultima nave a salpare per questo mese.
Arriverà a Taranto, nel Mare Grande, in un paio di settimane.
Il coke è il risultato del mountain top removal, una tecnica di estrazione che prevede di far saltare le cime delle montagne per ricavare carbone coke. Negli Appalachi questa pratica ha trovato la sua massima applicazione nel mondo occidentale.
Anche gli Appalachi, all'arrivo di tecnologie di estrazione e di trasporto, videro, come la Vallonia belga, l'impoverimento dei minatori e delle loro famiglie. È un fatto che una terra ricca rende la gente povera. Dove le risorse del sottosuolo abbondano, prima o poi ci si ammala di fame, di carenza di servizi, di spopolamento.
Intanto il coke arriverà a Taranto e pioverà rosso sul Tamburi, il quartiere dove, prima dell'Italsider, prima del più grande impianto siderurgico d'Europa, le madri portavano a fare «il respiro buono ai figli di Taras».
Ritrovo una fotografia della baia di Taranto prima del 1960. La osservo con cura.
Trovo un vecchio documentario RAI in cui si annunciano l'inizio dei lavori per quel cambiamento straordinario che avrebbe finalmente trasformato quelle antiche terre nella promessa del rilancio industriale del sud Italia.
Nel documentario, la voce fuori campo afferma: «Via il sonno antico dagli uliveti, dalle pinete, via l'atavica noia, finalmente la forza e la velocità del futuro arriva con la ghisa, l'acciaio, l'industria.»
A Taranto, intanto, da poco tempo, verso Punta Penna, è stata ritrovata la più alta parete di corallo al mondo in una falesia di Mare Piccolo. È una parete dell'era del Tirreniano, scrivono.
Il corallo e il coke hanno lo stesso colore, uno viene dai fondali del mare, l'altro dall'alto, dalle montagne e ripiove, in polvere, dal cielo.
I ricercatori insistono, va cambiato il nome, poiché questa era geologica si è verificata solo in questa singola area straordinaria del pianeta, perciò deve essere ribattezzata: Era geologica del Tarantiano.
Ho fede che questo battesimo accada. Lo prego mentre riguardo il catamarano Ketos della Jonan D. uscire anche oggi verso Mare Grande.
Escono per i delfini: li studiano e li proteggono.
Qui, in 336 chilometri di mare, danzano più di 600 delfini di quattro specie: la stenella striata, il tursiope, il grampo e il delfino comune. E tra marzo e maggio, anche la balenottera comune e il capodoglio attraversano queste acque, giganti silenziosi che onorano, con rispetto, il golfo della città dai due mari.
Proprio qui, dove, quando i primi coloni greci giunsero, videro terra, frutti, delfini, coralli e mare sacri. Tornando in terra madre, dopo i primi approdi, annunciarono di aver trovato qualcosa di ancora più grande della loro patria: avevano trovato la Megan Ellàs, la loro Magna Grecia.