Franc Arléo Taccuino

Appennini Mediterranei · Piane di Sibari

Mandra de mare

Franc Arléo

Risalgo sterpi che pullulano di grilli bianchi e falene arancio.

Boccagli d'anime che cigolano vita e morte insieme. Ascolto.

Ristoro ferite di terra tra felci, libbani e pietre scure.

Le mille anime, le mille anime dei canti e i campanacci riverberano dietro le quinte di questo orizzonte di nuvole calme, nella tiaccia del caldo senza quasi speranza, laggiù.

Ho saputo che i giganti stanno cadendo nelle pianure a est. So che nessuno sa per quale mano cadono i secolari palmi di Dio. Gli ulivi.

Cadono a braccia aperte, dicono.

Le messapiche terre a est hanno ruggine caduta solo ora, in una battaglia senza tempo, sulla lorica antica dei loro tronchi.

Nessuno si ferma a piangere, a pregare, a mettere un fiore per gli ulivi. Dovrebbero farlo. Magari si curano, si risvegliano. Penso.

Ho ripercorso joniche plaje attraverso le rive paludose e sono ritornato qui, qui su questo passo d'altura.

I mandracchi di darsena avevano l'odore delle sciabiche di novellame asciugate al sole da chissà quanto. Porto ancora addosso quell'odore.

Porto odore anche qui in questa contrada che ha per nome Mandra de Mare.

Gioco riverso di toponomastiche transumanze. Erano qui che tornavano, infatti, le mandrie podoliche da Siri, da Rocca, dalle piane di Sibari, da Rotondella. Anche loro portavano addosso zagare, anice e sale nel ruminare dei giorni fra queste montagne, fra questi Appennini Mediterranei.