Ho passato la mia vita — la prima parte della vita, da zero a diciannove anni — in totale contatto con la natura selvaggia, e la vita di pastore marittimo mi ha portato dagli Appennini lucani al Mediterraneo tirrenico. Ho avuto modo di conoscere la terra, la pastorizia d’altura, il mare e il suo risvolto.
Il monte sacro. Il più grande monte sacro dei nostri luoghi è il Monte Gelbison, parola sacra che in arabo vuol dire Monte Sacro. Qui per secoli i nostri pastori dell’entroterra arrivavano a portare i loro beni, come la lana o i bachi, a chiederne sacralità, e poi puntavano al mare, dove imbarcavano la loro preziosa mercanzia e l’orientavano a vela verso i porti mediterranei.
Ho seguito le rotte e le tratte di quella mercanzia, ma anche del suo risvolto santo: le reliquie di uomini e donne straordinari che hanno costruito la loro devozione verticale, verso il cielo, partendo dall’acqua dolce dei fiumi e poi da quella salata del mare. L’intelligenza rurale è un’intelligenza marittima e terrestre, contemporaneamente.
Neve e vino era una bevanda importante ed estiva.Il partito della neve · Sud d’Italia
La neve. Nel passato le montagne, le neviere, i nevai portavano, a spalle d’asino, ghiaccio verso imbarcazioni dove la neve si trasportava verso altre sponde. È esistito, a Sud, un partito della neve. Dal Tavoliere delle Puglie, dalla Calabria grecanica, da Bova, da Gallicianò, da Taranto, dalla Lucania tirrenica, si trasportava neve protetta da paglia.
Un tempo l’intelligenza rurale era la capacità di trasportare fuoco per chilometri senza disperderlo e senza spegnerlo, ma anche di allevare capre in impervi salti di sale e mare. Ma anche di saper trasportare neve senza squaglio fra le cale basse e la plaje.
Vengo da terra d’Enotria: enos è vino.Οἵνος — la vigna degli Enotri
La nominarono così i greci, osservando la bevanda sgorgare da case di levante e di ponente, fra le pinete ioniche. Gli enotri erano un popolo preromano che per primo aveva ammaestrato alcuni sterpi di una pianta ramificata e rampicante. I tronchi di quegli sterpi erano così grossi che Varrone, nella sua geografia, stentava a definirla vite.
La tesi. L’intelligenza rurale, a discapito di quella artificiale, è basata sulla pratica del visibile e del tocco; richiede olfatto, e sull’olfatto è un po’ più complesso battersi in fatto di intelligenza senza sensi, senza cuore, senza anima e polmoni.
L’intelligenza rurale è polmonare.
Quella artificiale potrebbe battere la prima a scacchi — e lo fa — ma la prima batte la seconda nella destrezza dell’annuso e del palpito roseo, ceruleo e tannico dell’albume, del trittico acidulo dell’asprigno. L’intelligenza rurale ha bisogno di noia, di stasi, della gloria muta dell’attesa.
